COVI/DESIGN #6 (IT)

A partire da questo articolo la rubrica Covi/Design sarà un po’ diversa perchè faremo qualche ragionamento su alcuni aspetti che dovrebbero essere trattati in questo momento. Proveremo a capire insieme cosa potrebbe accadere nel mondo del design, rileggendo alcuni articoli e andando a toccare punto per punto diversi temi interconnessi tra loro, perchè non esiste il design senza un contesto. Non ci saranno soluzioni, ma tante domande e il contributo di alcuni giovani designers. La necessità di fare un articolo del genere nasce dal fatto che ultimamente possiamo trovare online molti interventi da parte di imprenditori e personaggi del mondo del progetto, nessuno si sbilancia troppo su quello che accadrà e alla fine non viene detto niente di nuovo, rimanendo sempre nella propria comfort zone.

La pandemia che stiamo vivendo non è la prima e non sarà l’ultima, ma cosa possiamo trarre da questa crisi? (1) Nel corso della storia tragedie come le pandemie sono state anche motore di cambiamenti positivi, innovazioni intellettuali e reali. Un esempio è la peste nera medievale, che secondo David Herlihy favorì innovazioni quali le armi da fuoco e la stampa, in sostituzione, rispettivamente, dei soldati e dei monaci amanuensi falcidiati dall’epidemia. Che novità ci porterà questa pandemia?

Oggi parliamo della casa. Abbiamo visto come durante questa quarantena sia diventata qualcosa di più: prima di tutto un ufficio, ma anche una panetteria/pasticceria e una palestra. Ciò ha creato non pochi problemi, come lo spazio a disposizione e la vivibilità dell’ambiente, o la connessione a internet e la possibilità di una postazione di lavoro adeguata.
A seconda delle proprie passioni abbiamo personalizzato le nostre case per imitare il più possibile quello che facevamo prima della quarantena, cercando di riprodurre in questi spazi dei servizi che generalmente vengono forniti al di fuori delle mura domestiche. Cambia quindi la fruizione dello spazio ma non la sua dimensione: molte famiglie, soprattutto nelle grandi metropoli, sono costrette in pochi metri quadri e la presenza dell’intero nucleo può essere fonte di grande stress.

Possiamo dire con certezza che se dovessimo andare a modificare case, edifici e strutture esistenti per ragioni legate al virus, non avremmo il tempo materiale di terminare tutto probabilmente. Naturalmente chi si occupa di costruzioni di case ha notato il problema ed è corso ai ripari: Giuseppe Crupi, ceo di Abitare co, società immobiliare che si occupa di edilizia residenziale e di nuova costruzione, ha dichiarato che i cantieri in opera a Milano presentavano originariamente “una quota importante di appartamenti di taglio piccolo o che non prevedevano la presenza di un balcone”. Proprio per questo stanno modificando i lotti unendo anche due unità per garantire un balcone o spazi dedicati allo smartworking (ma soprattutto per vendere). Ma avremo i soldi per comprare una casa nuova?

Chi può cambierà casa, ma chi si trova in quartieri popolari, densamente popolati e lontani dai servizi, senza possibilità di comprare una casa o un appartamento più grande, come farà a sopravvivere in uno spazio che diventa una gabbia? Purtroppo qui non c’entrano solo il design e l’architettura, ma anche il mercato immobiliare, il comune, i proprietari… prendiamo un esempio come Milano, (2) la sociologia afferma che un affitto, per essere sostenibile, deve impegnare non più del 28% del reddito di una persona. A Milano nel 2019 si spendeva quasi il 50% del proprio stipendio per potersi permettere un bilocale. Se entriamo negli aspetti progettuali invece, il tema diventa più interessante e ci troviamo ad affrontare domande diverse, per esempio sui servizi condivisi all’interno di un edificio, quali ascensore, scale, ecc, che sono le prime cause di diffusione di un virus. Come risposta alla SARS un gruppo di studenti progettò un’interessante soluzione, le maniglie auto-igienizzanti attraverso un trattamento UV. Altre soluzioni potrebbero essere i trattamenti nanotecnologici specifici per le superfici, ma sono purtroppo molto costosi e non tutti potrebbero permetterseli. Come potrebbe cambiare quindi il modo di spostarsi da spazi comuni a spazi privati? C’è da aggiungere che chi avrà uno spazio grande avrà anche più difficoltà a mantenerlo igienizzato, diversamente da chi vivrà in uno spazio piccolo. Per le persone più timorose un monolocale potrebbe diventare quasi preferibile ad un appartamento open-space, ma gli interni cambieranno?

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Se pensiamo alla cucina, potrebbe essere interessante l’introduzione di orti domestici e autoproduzioni. Non siamo nuovi a questo tipo di prodotti, ma questa crisi ci ha fatto capire il valore di un pasto sano, fatto con ingredienti naturali e magari divertendosi anche. Un pensiero interessante preso in prestito da Giulia Soldati è, e se ricominciassimo a produrre in casa? Non solo il piatto finale, ma la materia prima. Non parliamo solo di orti ma magari di preparazioni come il latte, la birra o della coltivazione dell’alga spirulina. Dipendere da un supermercato può non essere sempre la soluzione migliore e questa quarantena ce l’ha mostrato.

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Lo smart working è un’altra sfida interessante: non si tratta solo di spostare il lavoro a casa, ma anche di trovare la sintonia giusta con il nostro spazio, fruito fino ad adesso per altre funzioni e con altri fini. Abbiamo chiesto a Giuseppe Arezzi cosa ne pensa e ha condiviso con WeVux delle riflessioni interessanti: forse come questo momento ci insegna non è la produzione di nuovi arredi ibridi/multifunzionali la soluzione, ma la nostra adattabilità. L’ufficio ora è costituito dal tavolo del salotto e la lampada del nostro comodino, o dal bancone della cucina e la sedia della sala da pranzo. La palestra è fatta dagli innumerevoli oggetti che già possediamo come bottiglie di plastica e sabbia utilizzate come pesi, o dalla struttura stessa dell’edificio con scalinate e rampe per fare passeggiate e step.
Ostinarsi a cercare una nuova tipologia di arredo è di nuovo sintomo di un problema: la necessità di produrre cose nuove a discapito dell’ambiente. La soluzione migliore rimane adattarsi a questa situazione e approfittare di questa lentezza per riflettere, ragionare.

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Come anticipato, non vi abbiamo presentato soluzioni ma speriamo che in queste parole possiate trovare qualche stimolo per andare oltre alle solite interviste. Come suggerito dalla conversazione con Giuseppe Arezzi, la cosa più importante ora rimane forse fermarsi a ragionare, come consumatori ma anche come designer e produttori.

A proposito di questi ultimi, il prossimo lunedì parleremo di aziende e designer rileggendo alcune interviste. Come la pensano? Come stanno reagendo a questa crisi?

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