#INTERVISTA: “DESIGN. UNA STORIA SBAGLIATA”, Maurizio Corrado

Architetto, saggista, scrittore, Maurizio Corrado si occupa di ecologia del progetto dagli anni Novanta svolgendo attività didattica e organizzazione eventi culturali, ha curato trasmissioni di design per Canale 5 e SKY. Ha pubblicato con diversi editori (De Vecchi, Electa, Edicom, Xenia, Macroedizioni, Esselibri Simone, Wolters Kluwer, per citarne alcuni) oltre 20 libri di saggistica su design e architettura ecologica, di cui alcuni tradotti in Francia e Spagna. Ha diretto la rivista italiano/inglese Nemeton Magazine, le collane Costruire Naturalmente per Esselibri Simone, Progetto & Natura per Wolters Kluver, Fare Paesaggi per Compositori, Audioarchitettura per Area51. È docente all’Università di Camerino, alla Naba di Milano e all’Accademia di Belle Arti di Bologna e di Verona. Cura un blog su Repubblica: ”L’Architetto nella foresta.” È considerato uno dei maggiori esperti italiani del rapporto fra piante, architettura e design. Scrive letteratura e teatro.

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“Design, una storia sbagliata”, non è il solito testo di design, ma quasi un’inchiesta giornalistica che ci mostra un altro punto di vista sul design. Perché ha sentito la necessità di questa “controstoria del design”?

“Mi occupo di design dai primi anni Ottanta, come designer, giornalista, saggista, docente, organizzatore di eventi e mostre, come dire che sono stato un po’ da ogni parte del sistema design e dalla metà degli anni Novanta ho cominciato ad approfondire la cultura del progetto ecologico. Credo sia stato proprio grazie a questo che ho visto chiaramente come tutti i problemi denunciati dalla prima cultura ecologica siano una conseguenza del sistema industriale e il design è uno dei sottoinsiemi del sistema industriale. Una parte della malattia. Ma, esclusi alcuni rari pensatori, non a caso protagonisti della stagione dell’architettura radicale, il dibattito disciplinare si svolge su tutt’altri temi, o meglio, dà per scontato il sistema industriale, mentre io vedo con chiarezza come il problema stia esattamente lì. Sommando questo al fatto che da qualche anno le abitudini di lettura sono cambiate radicalmente, ho visto che mancava un testo veloce, breve, documentato ma che considerasse tutto l’arco dello sviluppo del design industriale fino ad oggi. Di fatto, è un testo militante. Un amico dopo averlo letto mi ha detto: tolta la fuffa, quello che serve.”

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Il testo è ironico, a volte sarcastico, affronta il tema in maniera approfondita, ma con un sorriso. Perché questa scelta stilistica?

“Come giornalista sono cresciuto dentro le testate di Vogue e lì ho imparato che se vuoi dire le peggio cose, se le dici con una certa brillantezza, rischiano di arrivare davvero. È una tecnica molto più difficile da controllare della saggistica usuale, ma che ha il grande vantaggio di svelare la vita reale delle cose e di chi le fa.”

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Per ogni capitoletto c’è sempre un collegamento con la cultura e la storia di quel preciso periodo, contestualizzando scelte imprenditoriali e prodotti, processi produttivi e stili. Come mai il design di oggi sembra decontestualizzato dai veri bisogni e dalle vere necessità ? Perché “le buone intenzioni del settore, ovvero quelle di migliorare la vita dell’uomo in modo geniale e poco invasivo, si sono perse ben presto per strada”?

“Il problema non sta nel design, ma negli stili di vita che ci propone, o sarebbe meglio dire impone, il sistema industriale. Ivan Illich diceva: “La libertà non è più desiderabile.” Quando non sei più uomo ma sei diventato consumatore e in più sei orgoglioso di esserlo, gli unici bisogni che hai sono quelli di avere soldi per comprare e il tuo modello è chi ha più soldi. Tutto intorno a te serve a far funzionare al meglio la logica che prevede: comprare, consumare, buttare, in loop infinito. La maggior parte del design contemporaneo serve questa logica, non ci sono spazi per altro, se ci stai dentro, bene, altrimenti devi lottare parecchio, e non solo come designer.”

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“Cominciamo a immaginare” è la proposta per correggere questa storia sbagliata, una speranza e un metodo per il futuro. Basterà? I designers dovranno ricominciare a immaginare, ma come dovranno comportarsi le aziende e il mercato?

“Riappropriarsi della capacità, possibilità, della potenza che ha l’immaginario è un fattore primario e imprescindibile e in special modo oggi, dove questa arma, che è l’unica in mano ai singoli, rischia di atrofizzarsi per lo strabordante archivio di soluzioni già pronte di cui tutti
disponiamo in rete. È precisamente l’abitudine che abbiamo, quando cerchiamo qualsiasi cosa, di affidarci esclusivamente a Google o affini, che spegne la possibilità che ha il nostro cervello di attivare soluzioni inedite. Ci siamo assuefatti a trovare soluzioni che ci vengono fornite già pronte, senza domandarsi chi ce le dà e soprattutto perché quelle e non altre. In un altro lavoro che ho fatto insieme all’antropologo Matteo Meschiari, Paleodesign, c’è una frase: Per sedersi basta un sasso, tutto il resto è immaginario. Questo basta a capire cosa è il lavoro del designer. Le aziende devono essere lo strumento del designer per diffondere cultura, è un compito difficilissimo, lo so bene, ma altrimenti, che ci stiamo a fare qui? Se qualcuno vuole continuare a fare il cagnolino del padrone della fabrichètta, faccia pure, avrà certamente una vita più facile, una cuccia calda e ossa da rosicchiare in abbondanza. Per quanto riguarda il mercato, ho appena letto la ricerca di un economista indiano, L’alba dell’era solare di Prem Shankar Jha, che dimostra come siano proprio i meccanismi che lo governano che stanno portando la nostra civiltà verso il collasso. Se mi è permesso dirlo: il mercato? che si fotta.”

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Il suo percorso è molto interessante, lei è stato anche tra i fondatori e uno dei teorici del Bolidismo, cos’è cambiato da quegli anni? Che ruolo hanno oggi i designers e le aziende rispetto quel periodo?

“Una delle cose che vedevo e che ora, per fortuna, sto rivedendo, è il desiderio di discutere, parlare, raccontare, inventarsi. C’è stata una grande bolla vuota, formatasi negli anni Ottanta, che ha gonfiato l’ego del designer, l’idea dell’architetto demiurgo/dio è sempre strisciante nella nostra formazione, e ha prodotto l’idea dell’archistar, che ricordo è un termine coniato dal matematico americano Nikos Salìngaros in senso negativo che ha poi assunto valore opposto. So che da qualche anno a qualcuno sono venuti dubbi, ci si pongono domande, c’è una certa inquietudine fra le nuovissime generazioni e questo porta a dubitare del ruolo del progettista come risolutore divino e a guardarsi intorno, interrogare altre discipline, cosa che per un progettista è fondamentale, vedere ogni argomento da molti punti di vista, non solo lavorare in gruppo come si faceva negli anni Settanta e Ottanta sul modello dei gruppi rock, ma interessarsi di antropologia, storia, scienze della natura, genetica, musica, paleobotanica…”

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Qual è il futuro dei giovani designers di oggi, pensando a studenti e professionisti under 35?

“Ci sono molte zone in cui il lavoro del designer sarebbe davvero gradito, per esempio la medicina e tutto ciò che ha a che fare con le difficoltà fisiche di qualsiasi genere. In questi campi molti degli oggetti che i professionisti usano sono antiquati, andrebbero ristudiati, ci sarebbe molto da fare. Tutte quelle zone della vita umana dove il progetto potrebbe davvero aiutare a vivere meglio, oltre i tavolini e le seggiolette. Poi oggi c’è un elemento che ormai non è più procrastinabile. La grande rimozione del pericolo reale di estinzione verso cui stiamo correndo. Discorso delicato che rischia di sembrare vaneggiante, la comunità scientifica dagli anni Settanta lancia appelli che purtroppo si stanno avverando puntualmente, dire che mancano una decina di anni al collasso ormai è un mantra che come ogni mantra serve solo ad addormentarci senza ascoltarne il senso. Io un occhio ce lo butterei, se non altro perché riprendersi la capacità della mano, rivalutare il gesto, scoprire le possibilità che hanno tutti i materiali primari, conoscerli, imparare a usarli senza aspettare che l’industria ce li fornisca già elaborati, potrebbe rivelarsi letteralmente di vitale importanza.”

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Che ruolo ha l’insegnamento del design oggi? Cosa è da tenere e cosa è da cambiare?

“Quello che vedo è un grande lavoro per sfornare tecnici che pensino poco e lavorino molto. Tutti bravissimi a fare progetti, rendering impeccabili, ma senza nessun tipo di domanda. In sostanza si forma gente che sa fare le cose senza chiedersi cosa fare, perché è scontato che il cosa te lo dirà il mercato, quello di prima. Bene formare gente che sappia fare un progetto, meglio dare strumenti per capire cosa progettare, metodi per poter interpretare la realtà, perché è questo che deve fare un progettista se vuole intervenire nel reale, e il reale è sempre complesso, più è vasta la conoscenza più il progetto è efficace. Il progettista deve essere un visionario, necessariamente, deve avere la visione del futuro. Credo sia per questo che l’unica letteratura che ha ispirato davvero i progettisti sia stata quella visionaria e di fantascienza.”

Grazie a Maurizio per questa interessante intervista. Potete trovare “Design. Una storia sbagliata” su Amazon. Dopo la galleria trovate le didascalie delle immagini, piccoli estratti del libro.

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Molletta – 8 settembre del 1784. A 48 anni Ann Lee muore in un piccolo villaggio della Contea di Albany, negli Stati Uniti. Ann pensa di essere l’incarnazione femminile di Cristo ed è a capo di una setta religiosa calvinista puritana, la Società Unita dei Credenti nella Seconda Apparizione del Cristo, altrimenti noti come Shakers, perché quando immaginano stia per giungere lo Spirito Santo, si agitano in estasi mistiche. Nel pur radicale panorama dei puritani, gli Shakers sono estremisti. Vivono in assoluto celibato e, terrorizzati dal contagio del peccato, si costruiscono autonomamente le cose, esercizio che li porta a invenzioni come la prima molletta per i panni, un pezzo di legno con una fenditura nel mezzo poi perfezionata fino a quella che vediamo, brevettata nel 1853 da un certo signor Smith di Springfield, uno dei 146 brevetti per mollette concessi fra il 1852 e il 1887. A loro insaputa, gli Shakers giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo del design industriale. Il giovane Adolf Loos li incontra nel 1892 e, folgorato dalla purezza dei loro arredi, si fa portavoce della filosofia Shakers che vede il decoro come manifestazione di Satana. Il tanfo di questa palude morale impregna fin dall’inizio il Movimento Moderno, che non riuscirà mai a liberarsi dal mefitico influsso di Ann Lee

Graffetta 1867. L’americano Samuel B. Fay è il primo a brevettare una graffetta che poi verrà perfezionata fino ad assumere la forma in cui la conosciamo. È questo genere di oggetti che costituisce uno dei migliori lati del design, piccole cose che ci aiutano tutti i giorni, in silenzio e senza pretese. Quando la storia del design s’intreccia con quella delle invenzioni, possono nascere questi piccoli miracoli silenziosi. La seconda metà dell’Ottocento è uno dei periodi in cui fioccano brevetti, dal telefono all’ascensore, dal frigorifero alla lampadina, il mondo si sta preparando per un cambiamento paragonabile forse solo a quello avvenuto nel Neolitico. 

Coppa Martini Siamo negli anni Venti. La guerra è finita, il dolore dimenticato, il divertimento assicurato. Lo swing impazza a tutto volume nei locali dove si balla, la luce elettrica, appena arrivata, ci permette di vivere la notte, le metropoli scintillano, si brinda al nuovo secolo, anche i bicchieri si semplificano, la coppa da champagne si geometrizza come vuole la moda del momento e nasce un’icona: la Coppa Martini o Martini Glass, per accogliere il cocktail più cool del momento.

PirogueTra il 1918 e il 1922, Eileen Gray lavora per l’appartamento di Madame Mathieu-Lévy’s a Parigi e fa realizzare Pirogue, un indefinibile e magnifico mobile da salotto, unico nel suo genere, che sarà poi esposto nella galleria di Jean Desert. Eileen Gray è una delle prime designer del Novecento, una donna eccezionale dalla vita intensa, scandalosa e scintillante, cosa che evidentemente fa bene alla salute, visto che non ne ha voluto sapere di andarsene prima dei 98 anni. Bisessuale dichiarata nella Parigi degli anni Venti, amica di artisti, pittori, musicisti e architetti, si era messa a disegnare mobili quasi per caso, forse perché quello che trovava in giro non soddisfaceva il suo gusto.

Bottiglia Campari1932. Davide Campari decide che è il momento di lanciare l’aperitivo monodose e affida a Fortunato Depero il progetto della bottiglia. Depero usa la forma conica per Campari già dalla metà degli anni Venti, compare in due pupazzi del 1925, in un bozzetto del ’28 la bottiglietta ha un tappo a corona e compare successivamente in altri disegni. È Davide Campari a non volere l’etichetta per far risaltare il rosso della bibita. Depero e la sua opera è uno degli esempi di come arte, comunicazione e design procedano spesso di pari passo.

Veliero 1938. Franco Albini progetta la propria libreria e la concepisce come fosse un veliero. I piani saranno in vetro, non ci sarà nulla di fisso, tutto sarà in tensione, due montanti faranno perno in un punto solo e saranno tenuti in tensione fra loro da cavi d’acciaio a cui saranno appesi i piani. Pura tensione.

Bowl Chair1951. Lina Bo, formatasi come architetto nell’Italia degli anni Trenta, vicedirettrice di Domus, dal ’46 in Brasile, dove emerge la sua anima anticonformista, è una figura ancora poco approfondita. La sua Bowl chair è una semisfera che poggia liberamente su di una struttura metallica e che anticipa molte delle sedute successive.

Citroen DS6 ottobre 1955, nasce una delle più belle automobili del mondo, la Citroen DS, déesse in francese, Dea. Squalo, Nautilus, Ferro da Stiro, Balena, Pantofola, Vasca da Bagno, comunque sia stata chiamata, è una delle automobili più ammirate della storia, figlia della matita italiana di Flaminio Bertoni e della lungimiranza francese. Se l’avete provato, è difficile da dimenticare il momento in cui, seduti sui suoi morbidissimi cuscini, l’accendete. A partire dal lungo muso, l’auto, con una lentezza di una sensualità imbarazzante, si alza, si erige, s’immerge nel cielo. E che dire del movimento fluttuante risultato di uno dei più innovativi sistemi di sospensione idraulica che tiene i suoi fortunati abitanti in uno stato di dolce sospensione?

Superstudio Siamo a metà degli anni Sessanta. Nelle Facoltà di Architettura italiane già da qualche anno i movimenti studenteschi stanno rimettendo in discussione non solo il design e l’architettura, ma tutto il sistema industriale, liberista, capitalista. La rivoluzione bolle in pentola e sembra inevitabile. Si producono idee, oggetti, immagini, sono tutte visioni, proposte, speranze, provocazioni, azioni che anticipano il futuro. In questa visione di Superstudio lo spazio è azzerato, gli oggetti non esistono più o non esistono ancora, rimangono i corpi, le azioni, lo spazio è liberato, alleggerito, nuovo.

Sedia Tubo1969. Quattro tubi di plastica ricoperti di schiuma di poliuretano e rivestiti in vinile che possono essere inseriti l’uno nell’altro, più un paio di elementi di metallo che li tengono fermi nelle posizioni che si desiderano. È una delle manie di quegli anni, gli oggetti sono al servizio di chi li usa, duttili, manovrabili, trasformabili, polifunzionali, combinabili a piacere. La Sedia Tubo è uno dei tanti progetti che Joe Colombo sviluppa in questa direzione. Designer leggendario fra i designer, Joe è il più nordico dei designer italiani per l’uso anticonvenzionale della plastica e per la capacità visionaria.

FurNature 2016. Furnature è un progetto dello studio Sovrappensiero, sono oggetti che hanno bisogno di chi li usa per essere completi, il progetto si ferma un attimo prima della presunzione di completezza, come nei tempi di rivoluzione, si cerca lo spazio dell’uomo, della fantasia di ognuno. Il tavolino per stare in piedi avrà bisogno di qualcosa che metto io, diventa mio, e l’anonimato della serialità industriale può sfumare e svanire.

BC – ADL’alleanza fra noi e le cose è un patto antico, difficile modificarlo unilateralmente come abbiamo tentato di fare negli ultimi tempi. Le cose non si ribellano come nella fantascienza, semplicemente non muoiono, non spariscono, si trasformano in oggetti zombie, continuano a vivere da un’altra parte fino a quando non li rivediamo tornare fuori dalla terra del giardino davanti a casa. Ripensare l’alleanza partendo dal Pleistocene che è in noi, riscoprendo gesti e materie, come sembrano intuire Ami Drach e Dov Ganchrow con BC – AD, una serie di oggetti in pietra e lattice del 2014.

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