NEW LONDON FABULOUS (IT)

Secondo Adam Nathaniel Furman l’educazione al design “fa il lavaggio del cervello” agli studenti per quanto riguarda l’uso del colore, dei patterns e della decorazione, ma un gruppo di designer londinesi sta superando questi pregiudizi: Adam ha chiamato il movimento “New London Fabulous” e lo ha descritto come “design e architettura come ricerca visiva e culturale, altamente estetica, sensuale e celebrativa di culture miste”.

Altri designer londinesi citati come parte del gruppo sono Yinka Ilori, Camille Walala e Morag Mysercough, che secondo lui stanno rovesciando il pregiudizio radicato nell’establishment del design. Tutti e quattro i designer usano colori e motivi audaci nelle loro opere: i mobili di Yinka Ilori, gli interni e le collaborazioni di architettura presentano combinazioni di colori decorativi; Camille Walala, inizialmente textile designer, è nota per la sua grafica colorata, che applica a interni, architettura e progetti urbani (fortemente ispirati al gruppo italiano Memphis). Il lavoro di Morag Myerscough, formatosi come graphic designer, è similmente caratterizzato da un uso vivace di colori, motivi e tipografia. Il loro lavoro “seleziona e sceglie e mescola da periodi diversi e guarda indietro” dice Adam.

Il movimento non è un revival postmoderno, ma la necessità di riscoprire appunto colori, motivi e decorazioni. Le cose stanno cambiando “molti giovani queer e studenti stanno entrando nel settore. La composizione della professione del design si sta radicalmente trasformando. La nuova generazione che sta iniziando a nascere ora sarà così bella. È un periodo molto bello e interessante per l’architettura britannica “. Interessato a queste affermazioni, ho contattato Adam per fargli alcune domande sul movimento:

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Sebbene chiamato New LONDON Fabulous, il movimento muove interessanti critiche e potrebbe essere un grido di cambiamento nel mondo dell’architettura, sia educativo che professionale, ma anche una “contestualizzazione della pratica”, in termini di culture, persone e storia. È uno “statement”. Pertanto, come si posiziona questo movimento rispetto all’architettura e all’istruzione internazionali? E potrebbe essere d’ispirazione per città come Milano, New York o persino metropoli asiatiche? Inoltre, in un momento in cui ci confrontatiamo con statue e architetture che celebrano il passato, questo movimento può riscoprire la storia in un modo nuovo, attraverso l’architettura?

Adam pensa che in relazione all’architettura internazionale, il movimento voglia parlare al suo contesto locale come una confutazione della vecchia cultura, che è caratterizzata dalle perpetuate norme estetiche che sopprimono la differenza nei nostri spazi urbani condivisi. Qualcosa in cui la professione di architetto non è stata solo complice, ma è stata attivamente un agente chiave.

Il problema è il controllo accademico dell’ “estetica professionale e del dogma contestuale basato sulla pianificazione che perpetua le condizioni esistenti senza possibilità di nuovo simbolismo o rappresentazione estetica spaziale, che è comune in così tanti luoghi nel mondo e non è sostenibile. Le nostre città non incarnano, non ci rappresentano nè riflettono economicamente, strutturalmente, ma ancora più importante – come ci mostrano le statue – non riflettono simbolicamente la società contemporanea “.

Il movimento riguarda anche la storia: ogni generazione la riscrive, le nostre città sono in costante cambiamento e devono mutare per riflettere come è cambiata la società, come vediamo il nostro passato, come apprezziamo il presente e la nostra visione del futuro.
Nonostante ciò, New London Fabulous può ovviamente essere d’ispirazione per qualsiasi città come uno stile puramente estetico, ma è più rilevante per le città che abbracciano il loro multiculturalismo e vogliono rifletterlo nell’effettivo tessuto fisico delle loro strade e dei loro edifici.

New London Fabulous è una boccata d’aria fresca: non si tratta solo di colori e trame, ma di creare luoghi che rappresentano noi, la città e le differenze che ci circondano. Riscoprire la città come il luogo multiculturale di incontro in cui viene celebrata la diversità.

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