GIULIANA ZOPPIS e il suo impegno per un futuro sostenibile

Questo articolo è stato scritto per Salone del Mobile.Milano e precedentemente pubblicato sulla piattaforma salonemilano.it

Architetto e giornalista, Giuliana Zoppis scrive di architettura, design, arredamento, con particolare attenzione ai temi del design circolare, della bio-architettura e della responsabilità sociale e ambientale del settore casa. Nel 2006 fonda con Clara Mantica Best UP, Circuito per la promozione dell’abitare sostenibile ed è attualmente la Coordinatrice della Commissione Sostenibilità di ADI (Adi Design Index/Compasso d’Oro). Zoppis lavora da più di vent’anni a tematiche che oggi sono al centro dell’attenzione, come ci ha mostrato anche il “supersalone”, dalla riduzione dell’impatto ambientale all’importanza di fare sistema. Una conversazione per capire come si sta comportando oggi il mondo del design e se sarà in grado di affrontare le nuove sfide dell’era post-Covid.

Com’è cambiato l’approccio del Design alla sostenibilità negli ultimi vent’anni?

È cambiato soprattutto il modo di fare sistema, di sentirsi parte di un processo globale per trovare e applicare nuovi paradigmi, sia come imprese, sia come istituzioni e associazioni, sia come utenti “consum-attori”. Questo cambiamento aiuta tutti a puntare alla sostanza delle cose. Userei due citazioni molto attuali. La prima è da una frase di Roland Barthes: “L’essenza di un oggetto ha qualcosa a che fare con il modo in cui si trasforma in spazzatura”. La seconda è tratta da un documento del UK Design Council: “Il design sostenibile implica l’uso strategico del design per soddisfare le necessità dell’uomo attuali e future senza danneggiare l’ambiente. Significa (ri)progettare prodotti, processi, servizi o sistemi per risolvere squilibri tra esigenze della società, dell’ambiente e dell’economia e per “tamponare” i danni già fatti”. Si tratta, dunque, di progettare e produrre senza generare più rifiuti e di puntare a generare oggetti, edifici, servizi che durino nel tempo, e che una volta dismessi possano trasformarsi in nuova materia utile. Il design sostenibile è uno strumento potente per collaborare al benessere delle persone. Oggi si parla di design per il sociale: una disciplina che definisce il grado di responsabilità sociale di imprese e professionisti. In sostanza, un’area di progetti d’iniziativa pubblica e privata per lo sviluppo di un’economia sostenibile per le comunità; progetti che mirano a modificare i comportamenti e le strategie per un maggiore coinvolgimento.

Come viene ribadito da molti, la pandemia sembra aver dato una spinta in più verso soluzioni ecosostenibili, dall’architettura alla ricerca di materiali per il design. Quali sono le sfide più importanti di oggi per aziende e designer?

La sfida più importante è fare la cosa giusta subito. L’attivista per la giustizia ambientale Greta Thunberg, in una sua recente intervista a una televisione italiana, è stata molto chiara: dobbiamo continuare a chiedere a tutti, governi e partiti e imprese, di impegnarsi senza indugi per la tutela del Pianeta. Ognuno secondo le sue competenze e possibilità. La produzione di oggetti e apparecchiature, la costruzione di edifici sono parte del quadro globale e sappiamo tutti, precisamente, con che percentuali di emissioni e danni per la biodiversità e la salute mondiale. La pandemia è solo uno degli effetti degli squilibri climatici e ambientali che riguarda tutti noi. La risonanza mediatica che ha avuto la crisi pandemica è dovuta alle urgenze economiche e finanziarie che hanno coinvolto i governi dei Paesi più ricchi in un’escalation di manovre e azioni di sostegno. Se ci si muovesse con questa portata decisionale e operativa anche per fermare lo spreco di risorse naturali e di materie prime, e per ridurre drasticamente i rifiuti, metà del lavoro sarebbe fatto.

Che ruolo ha l’Associazione per il Design Industriale (ADI) nel sostegno della sostenibilità nel design?

In quanto partner ufficiale del New European Bauhaus, che intende costruire una base di sperimentazione per la trasformazione aperta e inclusiva dell’Europa dalla produzione dei beni all’uso del territorio, ADI pone oggi al centro delle sue ricerche e azioni il ruolo fondamentale della cultura e dell’etica del design in stretta collaborazione con la scienza e l’innovazione tecnologica. Obiettivo comune diventa, dunque, produrre soluzioni avanzate e responsabili a livello ambientale e sociale, in ogni settore. Designer, architetti, ingegneri, scienziati, studenti e creativi sono chiamati da ADI a proporre progetti destinati a creare occasioni di trasformazione verso la sostenibilità, in un dialogo costante con cittadini, imprese e istituzioni.

Da quindici anni va avanti l’esperienza Best UP, associazione fondata nel 2016 insieme a Clara Mantica, che “promuove l’abitare sostenibile e svolge attività di sensibilizzazione e diffusione della cultura della sostenibilità”. Una vera e propria rete di professionisti e aziende. Che tipo di servizi offrite? Come operate?

Nei 15 anni di Best UP abbiamo sempre cercato spazi e modi per conciliare “il design per il Pianeta” con le buone pratiche portate avanti dalle imprese italiane e dalle realtà dei territori. Stimolandole e affiancandole in un miglioramento progressivo, step by step. L’associazione ha affrontato fin dall’inizio le tematiche dell’abitare sostenibile con questi presupposti, avendo ben presente ciò che di positivo le imprese del settore stanno già facendo (alcune senza valorizzarlo abbastanza): dalla concezione del progetto alla produzione, alla distribuzione, al consumo fino al recupero/riciclo o reinvenzione di beni e servizi. Sostenibilità sociale e ambientale sono i fondamenti delle nostre attività, ampiamente documentate nel sito. Ci siamo occupate anche di formazione nelle scuole e nelle imprese, di creazione di reti tra le filiere artigianali e industriali nelle varie regioni del Paese, della diffusione di mostre didattiche sui comportamenti in relazione al consumo.

È cambiato il vostro modo di lavorare a seguito della recente pandemia? C’è stata una richiesta maggiore di aiuto da parte di aziende e privati?

La promozione del design come strumento vitale di sviluppo sostenibile e agente di cambiamento ci sta portando su percorsi sempre più orientati alla responsabilità sociale e ci apre necessariamente ai temi dei diritti e della povertà. Questo, già ben prima della crisi pandemica. Avendo il polso della situazione, grazie alla nostra presenza attiva nei territori ben fuori dal polo lombardo, ogni socia si è data un impegno pratico nei campi più urgenti dell’abitare e vivere odierni: in questi ultimi anni, c’è chi si è dedicata ai bisogni primari delle fasce più fragili della società (quelle che si misurano con la sopravvivenza), chi ha scelto di portare il suo contributo ai movimenti internazionali contro la devastazione ecologica, chi ha allargato il campo di ricerca alla Social LCA (per evidenziare gli impatti del ciclo di vita di processi e prodotti negli assetti sociali), chi ha allargato la partecipazione sua e di Best UP a network mondiali come O2GN che riunisce eco-designer di decine di nazioni del globo, chi si è focalizzata sulla rigenerazione urbana attraverso la lente della produzione sostenibile di alimenti in edifici abbandonati. Progetti e attività che hanno in comune la volontà di partecipare al mondo superando pregiudizi e divisioni, consapevoli che ogni creatura e ogni manifestazione sul Pianeta sono interconnesse e interdipendenti.

Dal Manifesto dell‘associazione, del 2010, troviamo molti temi contemporanei, come l’importanza di fare sistema, il ciclo di vita dei prodotti per un impatto ambientale minore, il lavoro delle donne, le imprese del futuro… Un punto di vista lungimirante, proiettato in avanti. Vista l’attualità di questi punti, se dovessi riscrivere oggi il Manifesto di Best UP, quali temi di lavoro aggiungeresti?

Nel Manifesto c’è evidenziata la portata sistemica del nostro approccio, fin dagli inizi di Best UP (che sono in molti a riconoscere come pionieristici, nel settore dell’abitare). Basti citare il punto 9, dove a proposito delle imprese del futuro affermiamo (con le parole che Ezio Manzini usò in Triennale quando presentammo l’Associazione). “Sono quelle che generano positività. Soggetti che costruiscono quell’economia sostenibile che ha il suo punto di forza nel “capitale delle relazioni”. Senz’altro, dopo tanti anni, ci sono aspetti su cui andrebbe posto ancor più l’accento: a partire dalla circolarità dei processi produttivi (dall’estrazione delle materie prime e il reperimento delle “seconde” alla distribuzione, alla manutenzione e riparazione, al riuso). Sottolineando come niente, “dalla culla alla culla”, perde di valore. Un impegno maggiore andrebbe poi indirizzato all’impiego di energie rinnovabili: abbiamo capito che le risorse sul Pianeta non sono infinite e che serve attivarsi al più presto verso l’impiego di combustibili non fossili. Molte sono le alternative possibili nel mondo dell’abitare, a seconda della fascia climatica e di ciò che offre il territorio. Un altro punto cruciale su cui spendersi senza sosta è la riduzione drastica dei rifiuti, a monte. Serve un totale cambio di paradigma, che incida profondamente, una volta per tutte, nei comportamenti individuali.

Com’è stato invece questo “supersalone”? In vista degli appuntamenti di aprile 2022, secondo te sarà una ripartenza “green”?

Come molti colleghi della progettazione sostenibile e della comunicazione hanno espresso, penso che l’edizione 2021 del Salone del Mobile sia stata positiva, sia come evento fieristico misurato ai tempi e alle risorse disponibili dopo due anni di fermo e a pochi mesi dalla 60esima edizione, sia come formulazione di un messaggio polifonico, sintetico ed efficace del settore arredo alle sfide del presente. Un messaggio che è arrivato al mondo, e che ha suscitato dimostrazioni di solidarietà e apprezzamento anche dai più scettici. L’accoppiata vincente con le manifestazioni cittadine del Fuorisalone, che da oltre 20anni supportano la settimana del design, ha dimostrato quest’anno più che mai che solo da un impegno collettivo e da una dimensione più umana si può partire per provare a riformulare nuovi contesti e nuovi format. Quanto alla possibile “ripartenza green” della domanda, la mia risposta è che non può esserci altra soluzione della presa di responsabilità ambientale e sociale in ogni ambito della produzione e del consumo. Rimettersi in gioco con gli strumenti e le conoscenze dell’ecologia e della biologia abbinate, direi “fuse” alle pratiche del progetto, fa parte dell’essere nel presente e del dare un senso alle nostre iniziative e imprese in un momento di reinvenzione del mondo. Farlo mettendo al centro il benessere di natura e umanità, progettandolo e realizzandolo proprio sul corpo del reale, è una sfida affascinante che spetta a noi tutti.

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Manifesto Best Up / The Natural Circle 2015 / Ciclo di Vita / O2Italia / Urban Farm Design

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